Perfetti sconosciuti – direttamente dalle sale dei cinema a casa nostra

Nelle sale dei cinema italiani da pochi giorni, il film di Genovese, non pensavo, mi ha lasciata a bocca aperta.

Sette amici di una vita si ritrovano per una cena che diventa un gioco: lasciare sul tavolo i propri cellulari e renderli pubblici per qualche ora. Qualsiasi telefonata che arrivi in quel lasso di tempo verrà fatta in vivavoce e resa pubblica, qualsiasi messaggio letto a voce alta davanti a tutti, perché tanto… noi non abbiamo segreti, vero?

Da qui subito lo spettatore viene catturato con tono di ironia misto a iniezioni di vero e proprio dolore per quanto si realizza: un massacro sentimentale, un disfacimento irrimediabile dei rapporti d’amore e di quelli di amicizia. Perché? Questo lo capiamo a poco a poco: per colpa nostra e della nostra scelta di legarci così facilmente ai nuovi mezzi di comunicazione, quali chat, sms, whatshapp, mail, selfie, t9, skype, app, social, definiti non banalmente, la nostra scatola nera. Dentro cellulari e tablet oggi ci lasciamo le nostre vite, anche quelle parallele, coi segreti più irrimediabili da farci perdonare. La parte peggiore? Noi tutto questo lo sappiamo già, tutti i giorni. Conosciamo già la nostra superficialità, e anche quanto questo gioco dei telefonini ci abbia più volte incastrato (e anche quanto ci incastrerà ancora). Come spesso mi piace sottolineare, penso che se una volta ci tradivamo di meno, era anche perché non avevamo tutti questi mezzi per farlo. Ovvio che prima dei mezzi avevamo anche teste e sentimenti diversi, coltivati davvero, e non lasciati scivolare via alla prima delusione e ai primi ostacoli. I nostri nonni non si distraevano durante l’amarsi e il costruirsi le famiglie, e proprio questo senso, della coppia e della famiglia, era formulato e portato avanti in modo molto diverso, molto più rispettato (eh sì, una volta rispettavamo di più le promesse, tocca dirlo) e quasi più sacrale.

Insomma, ci incastriamo tutti i giorni con le nostre stesse mani, e come capirete alla fine del film, il vero dramma è che non ce ne frega niente. E andiamo avanti a farlo, fingendo che non sia così e soprattutto fingendo che non ci interessi. Sfido io, chiunque in quelle sale, a farmi credere di essersi alzato senza aver provato un minimo di rimpianto, colpevole o no dei fatti citati. Il vero dispiacere, sta nel non renderci liberi di controllare la nostra vita e quindi anche del non darci la possibilità di rimanere distaccati o semplicemente più distanti da certe evoluzioni (così chiamiamole) del mondo: come dallo sviluppo della tecnologia, e avrei in mente molti altri esempi.

In questo dramma esistenziale che noi stessi ci siamo creati e al dramma in cui i nostri sette amici a cena si sono sottoposti, ecco trasparire altre tematiche quotidiane e attualissime: la figlia diciassettenne alle prese coi primi fidanzati, la moglie che non più sfiorata dal marito si costringe a chattare con un’amante nemmeno mai incontrato, quella che vorrebbe un figlio ma che non ha capito che il marito non solo spera che non arrivi, ma che nel mentre si diverte con più colleghe e amiche a promettere le stesse cose, i mariti che vanno in terapia perché si accorgono di stare perdendo le proprie mogli (tanto di cappello), l’amico omosessuale che racconta da anni di ipotetiche fidanzate inesistenti, non tanto perché si vergogna della sua sessualità, ma perché conoscendo il mondo di cui facciamo parte e di cui quindi fanno parte inevitabilmente anche i suoi stessi amici, preferisce proteggere il suo compagno dai loro pregiudizi e la loro ignoranza. Perché, in pochi lo hanno capito come lui, ma in amore la cosa più importante è proteggere chi ci ama, da qualsiasi cosa.

Forse, anche dalla nostra superficialità e da quei segreti, che non abbiamo purtroppo paura di commettere con quei cellulari, ma che piuttosto, preferiamo nascondere, per proteggere chi amiamo (così ci raccontiamo…)